Spellbound Circle – La Processione Della Volpe (2021, Autoprodotto)


Arriva, dopo più di due anni dal loro precedente e primo full length “Escalation“, un nuovo lavoro del trio bergamasco Spellbound Circle: “La Processione Della Volpe” è un quattro-tracce in rovesciamento continuo, un capovolgersi e mischiarsi di generi, perché un disco (o un EP, come in questo caso) Post-Rock può – e quanto è bello quando decide di non fossilizzarsi su un solo genere o una sola influenza ma decide, anzi, di – inglobare altre sonorità, buttare l’occhio più in là, prendere spunto da altre idee e personalizzarle quanto più possibile, allargando le proprie vedute, senza dover per forza risultare confuso o dare quel senso di “troppo” che, soprattutto in tempi recenti, ha rovinato più di un disco.

L’uso del termine “rovesciamento” e non di, che so, “capovolgimento”, non è affatto una scelta casuale: l’idea di base dell’EP, infatti, è la temporanea sovversione dei ruoli alla base della festa medievale del Rovesciamento, appunto, che ha dato spunto alla band per lavorare a questi quattro nuovi brani (il titolo dell’EP, non a caso, si rifà proprio a questi eventi profani) in cui, anche se c’è un’idea iniziale, si cerca sempre di stravolgere ciò che si sta facendo per offrire una visione a tutto tondo, valutando tutte le diverse possibilità. Dobbiamo aspettarci, quindi, solo atmosfere Post-Rock? No, nient’affatto. Vero è che il genere di riferimento è quello, ed è innegabile, ma questo viene mischiato, influenzato e inebriato da altri sapori che si incontreranno man mano, nei sedici minuti di durata: nell’iniziale Murena le già citate influenze Post si intrecciano e si distorcono, dimostrandosi pesanti il giusto, forma che personalmente preferisco rispetto a composizioni del genere più riflessive e sognanti. Qui l’iperattività della batteria (che un po’ mi ha ricordato i Minot e la loro voglia di non trattenere affatto le distorsioni) fa da tappeto pericolosamente traballante su cui cominciano, sempre di più, a graffiare le corde. Graffi che sconfinano nella successiva Giacomo Di Cristallo, in cui l’acustico iniziale cammina ed inciampa su spigoli e distorsioni, in cui i suggerimenti Post – sempre presenti – vengono sporcati da dettagli prog e distorsioni grunge, senza disprezzare un finale ripetitivo e sognante, che però non accenna a calare di intensità.

Tappeti di arpeggi, che tengono sempre viva la fiamma Post tanto cara al trio, vanno a districarsi e a incendiarsi in The Butterfly Men: un brano dove i suggerimenti prog visti in precedenza si scontrano violentemente con un basso che – da vero protagonista – sporca tutto su tinte funk pesanti. Gli elementi sono equilibrati in maniera perfetta, non c’è niente fuori posto e i minuti procedono in maniera piacevole, anche quando nella finale Primo Quarto Crescente, si conclude omaggiando le sonorità tipicamente Post, tralasciando le distorsioni nude e crude per abbandonarsi ad arpeggi ripetuti, batterie lente e movimenti di violoncello (sempre ad opera del bassista) che completano più che bene la scrittura del brano.

Un viaggio breve ma intenso: sedici minuti che vorresti non finissero mai e questo, lo ammetto, ben mi fa sperare per il futuro.


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Etichetta: Autoprodotto

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