Unità Di Produzione – Antropocene (2021, Autoproduzione / Bunker Antiatomico)


Allontanarsi dal passato, staccarsi dall’Abisso ed inoltrarsi nell’Antropocene, con tutti i pro ed i contro di questa strana era. Ma anche guardare al passato (musicale) del nostro mondo e tenerne viva la fiamma. La proposta che i bergamaschi Unità Di Produzione ci rovesciano davanti agli occhi è una miscela di rock alternativo e post-punk su cui viene adagiato un cantato che volutamente non graffia, ma quasi racconta con cinico – e quasi auto-forzato – distacco.

Già l’iniziale Overture Al Fallimento ci riporta indietro agli anni ’90 del nostro panorama musicale: lo strumentale striscia mentre la voce si muove tra Marlene Kuntz e C.S.I. arrivando anche a toccare – nella successiva Flebili – alcuni momenti dei Verdena, dove le ripetizioni strumentali fanno da tappeto a minimalismi lirici: qui le parole sono poche, ma pesate più che bene.

Tecnocrazia rallenta e vira verso sonorità post, ma ogni brano di questo disco nasconde personalità multiple e quindi non deve stupire se il brano in questione, improvvisamente, si tinge di funk o regala lievi dettagli synth-etici trasportando l’ascoltatore ai tempi, stupendi, di “Tabula Rasa Elettrificata” (non a caso il brano di apertura di quel disco del Consorzio Suonatori Indipendenti è proprio Unità Di Produzione, e tutto torna).

La successiva Andromeda riporta in scena le sonorità della band di Cristiano Godano aggiungendo a queste movimenti e riff meno classici e rumorosi, mentre con 1000 Anni si alternano stop’n’go infuocati a disegni di chitarra sognante. In bilico perenne tra Post ed Alternative, in cui si accelera e si frena, cambiando stato d’animo con una velocità disarmante. Cosa che farà anche Prigione Del Secolo, ancora in accelerata, groovy, sempre con l’occhio vigile su sonorità alternative ma capace di sporcarle di dettagli post e accelerate che nascondono un animo quasi punk. Così tanto punk che, quasi sembra inevitabile – a questo punto – una traccia come Impatto!: un brano in cui il già citato animo (post/)punk è nascosto, ma manco tanto, sotto abiti alt/post. Nonostante il bluff iniziale, la traccia riporta alla mente alcuni Cosmetic, anche se in modo decisamente più nervoso. Uno dei momenti più alti del disco, senza dubbio.

La doppietta finale Estetica Del Declino e Pulviscolo (che ha anticipato l’uscita del disco come singolo e video) riporta in scena l’amore della band per i Marlene Kuntz post-“Che Cosa Vedi”: brani in cui si alternano richiami alternative, atmosfere post, rabbia e disillusione, spoken-word e cantato, ma che offre anche un passaggio veloce in territori new/dark-wave, totalmente inaspettati alla fine di un disco.

L’album è – come perfettamente riesce a suggerire la copertina – uno sguardo dall’alto, a volo d’uccello, su quanto accade in un mondo stravolto ed irrispettato dagli esseri (dis?)umani che lo abitano.

Consigliato vivamente a chi ha vissuto la propria adolescenza negli anni ’90.


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Etichetta: Autoprodotto / Bunker Antiatomico

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