TIGER FLAMBÉ – TIGER FLAMBÉ (2021, Marsiglia Records e altre)


È vero che i Tiger Flambé, con questo primo omonimo EP, si inseriscono in quel filone math-rock fatto di strati e loops e che quindi l’avvicinarli ai Battles (e anche, assurdamente, ai Don Caballero) sembra qualcosa di estremamente facile, ma devo dire che, col passare dei secondi, i due veneziani mi va di avvicinarli di più a progetti, sì Math, ma che sviluppando e devastando questo genere riescono ad assumere forme decisamente più spensierate e addirittura ballabili.

E sì, è anche vero che in alcuni passaggi di Kolumbo sembra quasi di ascoltare “The Yabba” dei già citati Battles, ma è con gli episodi successivi che tutto si fa più definito e – di sicuro – molto più godibile. Nel primo episodio, la ricetta math-loopy scivola in saltellamenti dreamy che esplodono come fuochi d’artificio rumorosi ma, continuando l’ascolto, si scopre tanto e tanto di più.

Mata Hari è fatta di ripetizioni che esplodono in momenti danzerecci, molto più decisi del brano d’apertura: una sorta di happy-math come colonna sonora martellante di un rave organizzato dal pulcino di Neo-Zealand Story. E ancora, Monko, terza fermata di un viaggio in continua salita, per ripetizioni acide boicottate da distorsioni che accelerano e degenerano in malattie new wave a volumi altissimi. C’è una vena nu-dance che si cela tra le distorsioni e che salta fuori ad ogni occasione buona: ci sono idee che non sfigurerebbero a fianco di gruppi come Aiming For Enrike e Socks And Ballerinas, per dj-set estremamente infuocati in cui, a ballare, c’è gente scatenata ed assolutamente non banale.
Il continuo salire d’intensità raggiunge il proprio culmine nella finale Zacatecas, messa in opera con la collaborazione di Tommaso Mantelli (già in Captain Mantell e ora protagonista del progetto elettronico-sperimentale AMA): di sicuro il brano meglio strutturato, tra tessiture math-rock e riff che quasi sembrano sfuggire a qualsiasi controllo – ma che il duo riesce ad addomesticare in maniera perfetta – e che si combinano e si stravolgono per creare un’opera pseudo-space-rock, decisamente storta e ballabile.

Una bellissima realtà, quella del duo veneziano, che mette a segno una prima prova più che convincente. Qualcuno gli produca un disco al più presto, che quattro tracce sono decisamente poche.

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