ELECTRIC KURU – ZUGUNRUHE (2016, Non Piangere Dischi, DiNotte Records)


Il termine “Zugunruhe” nasce dall’insieme di due parole tedesche: “Zug” (migrazione) e “Unruhe” (ansia). Zugunruhe, poi, è anche il titolo del disco degli Electric KURU, sestetto trentino dedito ad una commistione di elementi jazzcore, kraut e psych, uscito nel 2016 per Non Piangere Dischi e DiNotte Records.

Ascoltare i quaranta minuti dell’album è come affrontare un viaggio, in cui ogni brano è un quadro diverso; un momento preciso del cammino.
È, quindi, assolutamente normale che la traccia iniziale, Green Junglefowl, ti faccia pensare di aprire gli occhi mentre fuori è ancora notte, e nell’oscurità prepararsi per il viaggio, tra albe psichedeliche e preghiere ambient, atte ad auspicare che nel viaggio tutto vada bene.
Juan Fernandez Petrel, è la traccia perfetta per rimettere in moto muscoli e cervello. Ti mette in condizione di affrontare la migrazione, il viaggio, lo spostamento, con il giusto equilibrio tra l’essere decisi a partire e il venire sopraffatti dall’ansia. Un po’ In Zaire, un po’ afrocore (ricordano un progetto che forse non tutti ricorderanno: lo split-suonato-insieme di Maybe I’m e Bokassà), il tutto condito con tribalismi percussivi gestiti in maniera eccellente.
Dopo un momento di così alta intensità, Persian Shearwater ti farà riposare sulle rive di un fiume per recuperare le energie e meditare: come una sorta di esercizio di respirazione prima di riprendere il cammino. Un cammino appesantito, accompagnato da movimenti ipnotici, tra kraut ed ambient. Si continuerà a viaggiare sentendo tutto il peso della fatica, della stanchezza, dell’ansia, scossi dalle improvvise folate di vento contrario. Tutte sensazioni ben ricreate nei 14 minuti di Terek Sandpiper e da parte di Kerguelen Shag, dove piano piano tutto si risveglia, e dai passi faticosi dei primi minuti si arriva ad un’esplosione del miglior jazzcore rumoroso (penso agli In Zaire di prima che si scontrano con gli ZU) che dura solo pochi secondi, ma che in quei pochi secondi stravolge completamente l’andamento dell’album.
Da Purple Heron, infatti, il cammino sonoro del progetto cambia: si attraversano deserti, sabbie pesanti che renderanno il viaggio più difficoltoso, tra scariche musicali di sassofono, tempeste di corde ripetitive e batterie mastodontiche. Tutte cose che sarà un piacere superare, ma che, fin quando ci sono, si possono solo affrontare con tutta la forza e fatica possibile.
La sensazione di sollievo della fine del viaggio, anzi del viaggio andato a buon fine nonostante tutto, traspare dalle note di Pied Stilt, ultimo episodio in cui la soddisfazione di cui sopra prende vita in pochissimi suoni e movimenti psichedelici.

Non è un disco per tutti, più di una persona potrebbe spaventarsi davanti a diversi elementi messi in atto dagli Electric KURU. Ma accettate un consiglio: intraprendete il viaggio, chiudete gli occhi e vedrete che alla fine vi sentirete più che soddisfatti.

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