DEADBURGER FACTORY – LA CHIAMATA (2020, Snowdonia Dischi)


Deadburger Factory, un animale in continua trasformazione che con estrema facilità ingloba elementi e li aggiunge al proprio bagaglio. Una creatura che da anni striscia nel sottosuolo del nostro paese e che, di tanto in tanto, partorisce un’opera fregandosene del tempo che passa, delle regole di mercato e amenità del genere.

Supportati dalla Snowdonia Dischi, etichetta vicina al gruppo anche e soprattutto per la libertà che di base giace nei propri dischi, i Deadburger pubblicano un lavoro studiato in ogni minimo particolare. “La Chiamata“, infatti, è un disco che non è solo un disco, non è un semplice ascolto, una raccolta di musica suonata e chi se ne frega del resto, no, niente affatto.

Avere tra le mani questa uscita è una vera e propria esperienza che ti scuote nel profondo e che, da prima di subito, ti fa capire quanto lavoro c’è dietro ogni piccolo aspetto: già solo col packaging, che grazie ad un gioco di trasparenze, ti affascina con il suo completarsi a strati mischiando il plexiglass del cofanetto con le illustrazioni di Paolo Bacilieri (che si riagganciano al precedente, enorme, lavoro “La Fisica Delle Nuvole“) ma anche con un vero e proprio libro (il suffisso -etto rischierebbe di ridurre tutto ciò che questo ha al suo interno) illustrato e non che spiega ed accompagna l’ascoltatore in ogni anfratto, anche il più nascosto, della visione del mondo del quartetto del Panino di Morto.

La Chiamata” è un disco di sette brani, in cui si infiltra, collabora, boicotta ma soprattutto Partecipa un totale di venti musicisti (per dirne una: la contrabbassista Silvia Bolognesi direttamente dall’Art Ensemble Of Chicago gli altri li vedremo avanzando) che danno al risultato totale sempre un sapore nuovo. Ogni episodio pone le sue fondamenta su una coppia di batteristi (si salta da Bruno Dorella e Cristiano Calcagnile a Zeno De Rossi e Marco Zaninello, da Simone Vassallo ai tre batteristi della discografia del gruppo: Silvio Brambilla, Lorenzo Moretto e Pino Gulli), ma su di queste si innalzano palazzi altissimi dove, ad ogni piano, corrisponde un richiamo sempre diverso. Per questo motivo, l’ascolto potrebbe farti venire le lacrime agli occhi: perché in ogni brano puoi risentire e rivedere momenti della tua vita richiamando questa o quell’altra canzone che ascoltavi in quel periodo. Tutto questo, ovviamente, sempre conservando una sua anima e personalità.

L’iniziale Onoda Hiiro mischia con sapienza alternative anni ’90 (gli Scisma di Benvegnù, per esempio, ma anche qualcosa dei Disciplinatha) e visioni tastieristiche di un certo Franco Battiato che, nella successiva Un Incendio Visto Da Lontano, esplorano territori jazzistici per mano di pianoforti (che sentivamo affiorare, per esempio, in “Earthling” di David Bowie) e vocalizzi che da vicino sfiorano il meglio del rock progressivo del nostro paese (ci sento suggerimenti à la Demetrio Stratos, ma forse è solo una mia visione… forse).

E piano piano, col passare dei minuti, l’incendio si fa sempre più vicino: “La Chiamata” è un ibrido garage-nowave-funk dove la Budos Band (è qui che si sente, fortissimo, l’incontro-scontro di Enrico Gabrielli con Edoardo Maraffa) incontra i Gronge dei primi tempi e dove il testo è uno sfogo, rabbioso, ed un invito a far suonare (o, meglio ancora, a far esplodere) i tamburi che si hanno a disposizione. E “Tryptich“, traccia successiva, ci riesce più che bene, armata di pochi elementi ma che sembrano una miriade: batterie e percussioni (filtrate e non), voci, elettroniche per una ri-scrittura di Max Roach in mood crescente, spedito verso la caoticità finale che fa da splendido intro ai sette minuti di Tamburo Sei Pazzo. Un tamburo che si trasforma, diabolicamente posseduto, da santo a fiamma, da pazzo a stanco: avanzando nervoso tra possessioni recitate d’avant-folk da Alfio Antico fuse in un’orgia di percussioni ipnotiche, di tamburi pazzi e rumorismi psych (un po’ Squadra Omega, un po’ anche Tetuan) e, ancora, di sviluppi prog/R.I.O. già incontrati in precedenza ed in fondo mai nascosti né accantonati totalmente.

In Manifesto Cannibale i tratti funk visti nei minuti passati si incattiviscono tra corde e tastiere, tra campionamenti e fantasmi, e graffiano, mettendo in fila più e più momenti diversi ma insieme coerenti, come un collage che dà vita ad un puzzle dai mille pezzi e mille dettagli, perfettamente incastrati. Un quadro ben fatto, che col passare dei minuti di rabbia strumentale e voce urlata prende fuoco rendendo caldo, caldissimo, l’episodio finale (Blu Quasi Trasparente, segnatevi il titolo perché la cercherete più e più volte) che raggruppa al suo interno tante voci affascinanti (Cinzia La Fauci dei Maisie, Lalli dei Franti, Davide Riccio e Simone Tilli) che si abbracciano, si mischiano, si stringono e stravolgono esplodendo in un “outro ripetitivo” (prendete con le pinze sia “outro” che “ripetitivo”) che entra in testa con estrema facilità e con una bellezza che fa tremare, al grido – più e più volte esclamato – di un “Happiness Is A Warm Mall” che al suo interno cela un definitivo “…Burning Down The Mall!“. Un episodio che nulla ha da invidiare ai C.S.I. dei tempi migliori.

I Deadburger dimostrano, con pochissima difficoltà, che la musica (potendo allargare il discorso all’intero mondo dell’arte) non è fatta per limitare ma, anzi, per ampliare vedute, cervelli, cuori. Un’apertura che vi farà apprezzare a pieno uno dei dischi italiani più piacevoli e – sicuramente – strani di quest’anno particolare.

https://www.deadburger.it/
https://snowdonia.bandcamp.com/album/la-chiamata-2

https://snowdonia.bandcamp.com/


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